Mauro Rescigno
INTERNAL ROUTE

:::::::::::::::::::: 7 digital prints 80x55 mounted on light, series 1/3
:::::::::::::::::::: 2 digital prints 120x87 cm mounted on light, series 1/3
:::::::::::::::::::: 1 video installation


CATALOGO ED. OVERFOTO
www.maurorescigno.it

Internal Route. Percorso interiore oltre la rete
di Simona Brunetti



Viviamo avvolti nella rete. Quella che in inglese è tradotta come web, la terza delle “w” che digitiamo quotidianamente sui nostri computer, il grande ipertesto che collega i terminali di tutto il mondo; e mettiamoci dentro anche la net che mette in comunicazione interattiva tutti i sistemi di comunicazione a trasmissione digitale come cellulari, radio e televisioni satellitari.
Siamo nel mezzo di un’immensa rete che è stata filata per noi, per permetterci di comunicare, conoscere, esplorare, di condividere il patrimonio della nostra esperienza comune con un numero di persone potenzialmente infinito.
La rete non solo ci avvolge, ci coinvolge, è una ragnatela costituita da una materia fitta che non si tocca, ma che c’è, esiste, e la si può percorrere alterandone solo lievemente le trame, determinando nuovi fuochi e nuove prospettive.
Ma questa sostanza impalpabile e sfuggente è davvero la materia di cui sono fatti i sogni di un’umanità intera? Oppure è una sostanza  ingannevole, tossica, generatrice di nuove preoccupazioni ed incertezze?
La risposta è estremamente complessa e ci pone di fronte a dubbi e interrogativi che esulano da questo testo ma che certamente per Mauro Rescigno sono l’espressione di una riflessione profonda sul senso delle cose nell’oramai desueto mondo della materialità.
Il suo “internal route” è un viatico attraverso superfici che hanno il freddo splendore e la lucentezza specchiante del metallo, ma sono molli come gli orologi di Dalì e non offrono certezza ai suoi passi.
E’ in questo paesaggio dell’illusione che l’artista riflette sull'eccessiva esaltazione del ruolo salvifico delle nuove tecnologie della comunicazione come panacea per tutti i mali della terra.
Eppure Rescigno di questa tecnologia si serve, usa l’elaborazione digitale come strumento per destrutturare il rapporto tra realtà vera e realtà costruita e ciò avviene con la stessa consapevolezza con cui i pittori metafisici turbavano gli animi con le loro visioni oniriche in cui, dalle ceneri di un’umanità desolata e ridotta a brandelli, emergeva la forza di un grande cambiamento.
Negli spazi metafisici ricreati digitalmente, l’artista va alla ricerca delle certezze del vissuto proprio e collettivo, di oggetti, personaggi e visioni che, ricomponendosi nella sua mente ed in quella dell’osservatore, vanno a costituire una sorta di “archeologia del presente”.
Chiusi nelle loro teche di metallo, i reperti di questo presente passato troppo in fretta,  rimangono a testimonianza di un’epoca in cui il reale si è confuso con il virtuale in modo così repentino e incontrollato,  da lasciarci annichiliti.
Quel reale che, secondo Baudrillard,  ci sta pur sempre di fronte, e noi ci confrontiamo con esso, mentre con il virtuale non ci si confronta. Nel virtuale ci si immerge, ci si tuffa dentro lo schermo, si interagiscce ma si finisce per perdere la distanza dello sguardo, della contraddizione che è propria della realtà.
Le solitarie presenze che abitano gli spazi ricostruiti artificialmente da Rescigno, con la loro presenza viva, concreta, materiale, ripristinano questa distanza e, la contraddizione tra i due universi, reale e virtuale, che entrano in contatto genera delle suggestioni che vanno oltre gli oggetti e le persone rappresentate: il fascino di una velocità oramai desueta, oltre la lepre e l’automobile; la malinconia dell’incedere incerto di un’esistenza che si consuma, oltre i due vecchi; la libertà di un volo anelato, oltre la cicogna.


Una Moderna Metafisica
intervista di Stefano Taccone

 Stefano Taccone: I paesaggi che costruisci nelle tue elaborazioni digitali sono da considerarsi come riflesso di una condizione interiore o come visualizzazione di una percezione esterna?

Mauro Rescigno: Pongo i miei sensi in condizione di recepire input esterni che poi si traducono in immagini. I miei ambienti sono molto freddi, come di acciaio inox o di superfici specchianti. I colori sono glaciali, cupi. Tutto questo diventa metafora di un mondo esteriore che mi appare sterile, ma anche disordinato, come le figure e gli oggetti sparsi qua e là. È come se non avessero un punto di riferimento preciso.

ST: In effetti è come se si fossero trovati improvvisamente lì senza sapere nemmeno il perché. A proposito delle figure che popolano i tuoi spazi è curioso notare come tu costringa un coniglio, un lupo, un cavallo, cioè la quintessenza della naturalezza, a muoversi nel regno dell’artificio assoluto. Penso, ad esempio, al fatto che anticamente il coniglio era considerato simbolo di fertilità. Non va tralasciato di notare poi come gli animali da te scelti siano tutti riconducibili alla tradizione favolistica europea.

MR: Già, ma in questo ambiente tutto ciò viene sottratto, raffreddato. L’essere umano è mostrato in una condizione degenerata, quella della vecchiaia. Tutti gli elementi prelevati dall’esterno, animati o inanimati che siano, qui dentro diventano metafora di una solitudine esistenziale che è senza tempo, poiché non si intravede né origine né fine.

ST: Tutto questo malessere è per te riferibile ad una ipotetica “natura matrigna” ad un particolare condizione storica e sociale?

MR: Mi atterrei fondamentalmente a quest’ultima opzione. È la mia personale sensibilità che mi induce ad osservare tale condizione ed a filtrarla per mezzo della mia attività artistica. Io stesso mi considero parte integrante del mondo che rappresento, tanto è vero che le figure di anziani che compaiono nelle foto sono ottenute a partire dalla mia stessa immagine invecchiata di cinquant’anni. Credo che attualmente viviamo una preoccupante carenza dei valori umani, cui corrisponde una violenta pulsione egoistica. A ciò si aggiunge una volontà di costruirsi attorno una realtà artefatta.

ST: Non c’ è rispetto quindi per la dimensione prettamente organica dell’uomo. Siamo di fronte ad una costante mortificazione delle facoltà umane.

MR: Delle facoltà umane ma soprattutto dell’interiorità umana: ecco perché Internal Route. Non è in gioco solo la mia interiorità personale, ma quella dell’essere umano in generale. Egli percorre una strada, ma ben presto si trova ad avvertire un sentimento di “assenza”.

ST: La tua è dunque una ricerca sociale, ma a patto di intendersi sull’accezione specifica da attribuire a questo aggettivo. Non fai mai riferimento a fatti specifici, magari di cronaca, alla maniera, per intenderci, di un Hans Haacke o di un Alfredo Jaar. Fotografi piuttosto una situazione molto generale.

MR: E non faccio mai riferimento nemmeno ad ambienti specifici.

ST: Quanto ai tuoi ambienti c’ è da rilevare come essi paiano istituire una moderna metafisica. Moderna perché se De Chirico un secolo fa mostrava colonne, statue ed altre vestigia del passato, tu attingi direttamente all’immaginario visivo del Ventunesimo secolo. Nello stesso tempo, come in De Chirico, i tuoi scenari sono silenziosi e sospesi, ma connotati da presenze incongrue. Proprio dall’incongruità discende l’aspetto inequivocabilmente ironico dell’opera di De Chirico, benché quest’ironia non venga sempre adeguatamente sottolineata. È un’ironia amara, in quanto scaturente dalla constatazione dall’assurdità dell’essere, della vita, del mondo. Anche tu, nel momento in cui accosti una macchina che si capovolge al coniglio che fugge, crei dei cortocircuiti molto forti.

MR: La mia intenzione è sicuramente quella. In passato sono stato molto affascinato dalla pittura di De Chirico e dalla Metafisica, ma anche dall’opera dei surrealisti, in particolare di Magritte. Il mio linguaggio è rimasto indelebilmente segnato dal confronto con queste esperienze. Grande importanza ha avuto poi anche il cinema, specie quello di fantascienza. Su tutti 2001: Odissea nello spazio di Stanley Kubrick. L’ultima parte del film, dove il protagonista si vede invecchiato in una stanza silenziosa e completamente bianca, ha lasciato in me una particolare impronta. Probabilmente, e forse inconsciamente, esso emerge anche nel ciclo di Internal Route.

ST: Quasi una citazione.

MR: Non proprio, ma una reminiscenza sicuramente. Il linguaggio visivo adoperato da Kubrick è senz’altro entrato a far parte del mio repertorio visivo e ne sono anche contento.

ST: Ma quale reazione speri di suscitare nei tuoi spettatori nel momento in cui li poni di fronte ad uno scenario così problematico e scabroso? 

MR: Innanzitutto una reazione emotiva. Vorrei porre lo spettatore in condizione di percepire quello che io provo dall’osservazione della realtà prima che si traduca in immagine.

ST: Miri all’empatia?

MR: All’empatia ma anche allo spaesamento.

ST: Ecco che ritorniamo a De Chirico. Ma a che scopo cercare lo spaesamento?

MR: Per me è metafora di una condizione interiore in rapporto al sistema.

ST: Metafora dell’alienazione umana prodotta da un determinato assetto di potere.

MR: È come l’astronauta sospeso nello spazio senza gravità, allo sbaraglio.

ST: Già, ma vorrei approdare ad una questione ulteriore: pensi che la rappresentazione di tale condizione possa in qualche modo aiutare la società a guarire dai mali che tu additi?

MR: Non ho la presunzione di cambiare il mondo. Probabilmente l’arte non possiede tutto questo potere, forse non lo ha mai avuto. Può evidenziare aspetti che fanno parte della realtà, ma certo non ha la forza di cambiarla. Si può solo sperare che lo spettatore possa percepire alcuni concetti e rifletterci su. Se l’arte diventa uno strumento di riflessione forse è già una grande conquista.

ST: Passando attraverso la riflessione, e quindi attraverso la presa di coscienza, si può verificare un cambiamento, dal momento che esso non può propagarsi all’esterno se non risiede prima nelle coscienze.

MR: Prendere coscienza è assai più difficile di quanto appaia. Forse vi è una tendenza diffusa a cestinare, ad assimilare informazioni nel lasso di tempo più breve possibile, affinché non abbia luogo alcuna lettura critica, ed a conservarne poi soltanto una piccola parte, tralasciandone il resto.

ST: Intendi dire che abbiamo sviluppato degli anticorpi che ci permettono di tralasciare ciò che più ci crea problemi e che quindi siamo restii ad affrontare?

MR: Forse tendiamo a prendere ciò che ci piace.

ST: Tendiamo a vedere il bicchiere mezzo pieno prima ancora del bicchiere mezzo vuoto.

MR: E’ possibile, ma rimane un bicchiere riempito a metà.


BIOGRAFIA
Mauro Rescigno e' nato a Napoli nel 1975.
Si diploma nel 1998 in pittura presso l’Accademia di Belle Arti di Napoli. Nel corso degli anni ha intrapreso varie esperienze artiche che hanno completato la sua formazione: pittura, scultura ed installazione. Dal 2003 ha scelto il mezzo digitale, quale forma espressiva privilegiata, realizzando fotomontaggi, video e videoinstallazioni.
"Il mio lavoro si basa sulla ricerca del mondo che non appare, sulla visione poetica della realtà che si può percepire con i sensi: il mezzo digitale è lo strumento che può renderla evidente."

2007
O'Curt, nona edizione, rassegna del cortometraggio, a cura di mediateca di Santa Sofia e Pigrecoemme, con il patrocinio del Comune di Napoli
2006
Fotobild, The Fifth International Fair for Art Photographers, Berlino, Germania
Ex, Padiglione 31 S. Maria della Pieta', Roma (rassegna di video arte)
Premiata officina Trevana /Officine dell’Umbria, Trevi Flash Art Museum, a cura di Maurizio Coccia e Matilde Martinetti
Interfacce-Fotoesordio (concorso), Roma, Galleria Nazionale di Arte Moderna
2005
Loading, Acerra (NA), Castello Baronale, catalogo con il contributo del comune di Acerra
Testaccio-lab: Mediazione, comunicazione, contaminazione artistica del rione Testaccio, Roma, Spazi Multipli. Con il patrocinio della Provincia e del Comune di Roma
Archeo doc Festival: Fujiyama vs. Vesuvio, Ercolano (NA), Villa Campolieto,  a cura di Alfonso Amendola_Dipartimento di Scienze della Comunicazione, Università degli Studi di Salerno, coordinamento artistico Antonello Tolve, promozione e comunicazione Ceralacca Laila Giorgione | Alessia Sozio
2004
Biennale di arte contemporanea di Porto Ercole 2004, Roma Castel Sant’Angelo, catalogo a cura di Bip-art.net
2003
Riparte, International Art Fair, Roma