D.M. Wilding
OOPS, NOT SO PERFECT


::::::::::::::::::: 11 olio e resina su tela, 50x50 cm
::::::::::::::::::: 1 vestito in teca di vetro 60x170 cm
::::::::::::::::::: 1 specchio 2,30x3,26 m
Opps, not so perfect
di Maya Pacifico

Per DM Wilding questa mostra è l’occasione per esprimere il suo rapporto complesso e contrastato con Napoli, città in cui vive e lavora. Il suo atteggiamento è un misto di attrazione e repulsione, si sente attratta dalla bellezza ma ne percepisce la fondamentale oscurità, la sua origine malsana, malata. Per questo la sua reazione è passionale ma allo stesso tempo razionale, gelida. Ed è anche vero che ha già preso le distanze da questi suoi sentimenti per sviscerarli in una composta anatomia, per riuscire a farne un’opera d’arte fredda, misurata. La sua installazione “Opp’s not so perfect” suscita le sensazioni più differenti: unisce il suono, la luce, il colore a una certa preziosa e raffinata consistenza tattile e una ricerca basata su accostamenti di forme pure e cromaticamente primarie, che portano a un’analisi della percezione ottica e a una progettazione diversa della spazio. L’artista tratta le superfici arricchendole di venature brillanti e trasparenti, applicando uno strato di resina che distanzia la superficie dipinta per incastonarla in una profondità marina o aerea. Questa preziosità mira a restituire un’aura di icona a ciò che altrimenti sarebbe solo pittura. Ecco perché la sua è una scelta rigorosa e essenziale da giocarsi tutta negli elementi dello spazio, della luce e del colore. La concezione dello spazio mira a creare un ambiente psicofisico capace di interagire con lo spettatore, si sovrappone agevolmente, senza sconvolgerlo, allo spazio fisico della galleria. Uno specchio incastonato nella parete riflette e duplica le immagini dando più respiro al ritmo creato dalla serie di quadri distanziati a intervalli regolari. In questa sequenza nessuna immagine può considerarsi privilegiata o più significativa delle altre. Ciò che interessa non è più l’immagine in sé ma il ritmo del prodursi, riprodursi, associarsi, mutare delle immagini, si ha l’impressione che si muovano, generandosi l’una dall’altra. Il colore rosso, adoperato nel suo punto di saturazione serve a creare illusoriamente il massimo effetto di luce: la tinta muta la situazione ambientale, la parete diventa ambiente, lo spazio infinito, cosmico, si trasforma in spazio empirico da viverci dentro. Lo spazio che la pittura definisce, per DM Wilding, non è più al di là, ma al di qua della superficie dipinta. Ed è questo il motivo per cui la tecnica della resina solidificata sulla superficie dipinta  dà vita a un oggetto tridimensionale che può inglobare anche un minuscolo oggetto, in questo caso una piccolissima farfalla, che toglie peso alla rarefazione astratta della sequenza dei quadri monocromi. La successione degli elementi, disposti in maniera ascendente, serve a produrre una luce aperta e indefinita, che è movimento, un pattern dalla complessità percettiva che  nasce dal digradarsi, dal più acceso al più tenue grado cromatico di rosso. Una sinestesia pura, un abbagliamento profondo, interiore come il rosso che è il colore dell’interno, del corpo e del sangue, una sorta di turbamento orizzontale, fatto di contrazioni, di offuscamenti, di terrori e mancamenti, non è più scivolamento, bensì intima devastazione, turbamento mostruoso, crisi immobile della coscienza corporale. All’ossessione del corpo, visto dal suo interno nel vivo  della sua fluidità cromatica, si oppone un involucro esterno, in una teca di vetro è esposto un abito da sposa, macchiato di sangue, in cui il corpo è solo forma di sagoma apparente, un’ombra o un fenomeno accidentale. L’oscurità non è mai vinta per sempre, dietro la bellezza si riaffaccia sempre davanti ai nostri occhi l’imperfezione. La luce che credevamo conquistata inscrive sull’orizzonte del nostro sguardo la sua cifra d’ombra. L’immagine della sposa figura effimera e fugace, resiste attraverso i tempi, resiste nella sua precarietà come se proprio questa fosse il segno più sicuro e prezioso d’esistenza. Resiste nonostante la sua imperfezione, la macchia del sangue e del corpo che ne impregna il tessuto. E in un certo senso tutto il percorso visivo conduce a quella che è sensibilmente la sua immagine centrale.
Come se attraverso quello sguardo dovessimo imparare a vedere negli occhi di chi ci circonda quello che mai altrimenti avremmo potuto vedere.
“Opp’s not so perfect” è questa esclamazione di meraviglia: niente al mondo è quello che dovrebbe essere, niente è ciò che appare. La contraddizione è più evidente nell’arte dove l’opera stessa deve esprimere quello che c’è di eterno ma anche di fugace. C’è l’armonia e la dissonanza, una macchia che lambisce l’orlo e poi si allarga, inevitabilmente a guastarne il candore. E’ quell’insieme di contraddizioni che ci permette di cogliere il carattere polare e rarefatto della bellezza, la compresenza paradossale e costitutiva del fugace e dell’eterno. L’installazione è perfettamente completata perché alla materia della pittura, che corrisponde a un senso della leggerezza, quasi magico, alla spiritualizzazione che si manifesta nella trattazione preziosa delle superfici, si aggiunge l’oggetto nella teca, l’abito bianco come presenza soprannaturale. C’è in questo oggetto una perfezione e insieme un’essenza di origine, una chiusura e una brillantezza, una trasformazione della vita in materia (la materia è assai più magica della vita) e infine un silenzio che appartiene all’ordine del meraviglioso. Tutto ciò sintetizza l’impressione che l’artista si è fatta della città. Come si possono infatti imitare cose che , prese nel vortice di una velocità sconosciuta, sono inafferrabili e che lasciano dietro di sé soltanto le tracce di una realtà scomparsa, in costante evanescenza e sparizione? La vita e la morte convivono ma non si possono rappresentare, non si possono trasformare in una realtà che è l’arte. Distruggere una finzione significa recuperare una verità: lo spazio che si inventa e si fa con l’arte non ha alcun rapporto con lo spazio che ci circonda o con quello che normalmente percepiamo. In questo contesto l’arte non comincia che davanti all’innominabile, a ciò che non si può descrivere, davanti alla percezione di un altrove estraneo allo stesso linguaggio che lo cerca.


BIOGRAFIA

D.M. Wilding è nata nel 1968 ad Aukland. Vive e lavora a New York. 
Laureata con un B.F.A. presso l’Università di Aukland (1993), ha esposto i propri lavori in Nuova Zelanda (“Life of a Pebble”, Gallery of the Aukland University, Aukland, 1994; “Decalogue”, Artemus Gallery, Aukland, 1996), in Gran Bretagna (“New of works”, Open studio at Lincon st. Chelsea, London, 1998), ed in Italia (“Breath”, istallazione presso una fattoria a Fondi, Fondi, 2003; “New of Works”, Laboratorio La. Na., Napoli Studi Aperti, 2005)