A Cristina
Ci sono facce quotidiane, in questo lavoro di Cristina Fiorenza. E anche texture e stili grafici ben noti, architetture e simboli urbani riconoscibili, gadget di uso quotidiano e espressioni arcaiche. Solo che ogni cosa è radicalmente “tirata fuori” dal suo presunto campo di origine e rimescolata con altri frammenti in un collage di cui si percepiscono, come un rumore di fondo, la follia e l’estraniamento. E’ uno stare con gli occhi sbarrati sul “fuori”, su una fantomatica metropoli balcanica evocata da Radio Tashkent, crocevia di notizie provenienti dall’est, snodo sonoro di luoghi ed etnie che sembravano lontanissime fino a ieri. I tratti limpidi, i colori saturi, la decisione dei profili e l’aria rarefatta degli spazi mi appaiono segnali di uno smarrimento profondo e galvanizzante, di una curiosità accesa e disorientata verso i paesaggi metropolitani che si stanno trasformando a grande velocità nell’Europa dell’est come in estremo oriente. E’ lì che si ricompone in modo imprevedibile l’immaginario urbano della città occidentale in dissoluzione, in una forma perturbante in cui i singoli frammenti si riconoscono, ma come fossero “fuori-luogo”, ibridati da altre immagini, altri paesaggi. Non so se quello che sollecita il mio immaginario è parte del lavoro di Cristina: mi viene il dubbio che i volti, le rughe, gli sguardi a volte fissi come un interrogativo, altre laconici come un abbandono siano parte di una memoria più antica, di un segreto ironico che non ha nulla a che vedere con le mie fantasie balcaniche. Ma tant’è. I suoi sono volti così quotidiani da diventare misteriosi, le avevo scritto un po’ di tempo fa. Il fatto che manovri abilmente il codice dell’architettura modernista, che sappia governare la giustapposizione tra l’immagine di corpi che, a prima vista, collocheresti altrove (in territori del sud rurale come a Tokyo) e i fondali fatti di mitkasernen berlinesi, parchi urbani e tende dai disegni optical, mi mette in sintonia con la polverizzazione della forma consolidata della città occidentale e apre al mio sguardo un paesaggio nuovo, che mi trascina fuori dal mio quotidiano e mi fa pensare con emozione ai territori di confine, ai margini opachi in cui l’Europa si incontra con l’est. Questo lavoro mi appare come un fascio di linee di fuga immaginarie che, da Vienna dove Cristina vive, si diramano verso altri territori del contemporaneo, sollecitando uno sguardo che forse non ha bisogno delle lenti della memoria ma di occhi accesi e francamente indagatori. Se ci si mette al riparo dalle derive abusate dei non-luoghi e dei terrain vague, forse è più facile vedere che questo altrove è già vicino, è già qui, erode i confini e le griglie del potere normativo e normalizzante dell’architettura urbana creando nuove geografie, ragnatele di gesti quotidiani ad opera di “cacciatori di frodo” che si muovono silenziosi e tattici nello spazio urbano. Uno spazio che, per noi, esiste ormai soltanto in una memoria logora, in un gesto forse inutile di conservazione della nostra identità attraverso i suoi documenti. E che proprio per questo merita una profonda re-invenzione dei suoi significati. Creativamente e con grande, quasi infantile stupore.
BIOGRAFIA
Nata a Napoli. Vive e lavora a Vienna. Nel 1998 laurea in Architettura all'Universita Federico II di Napoli
Studia Architettura anche nelle Universita di Weimar e Berlino. Contemporaneamente, studia anche con due diversi pittori a Napoli e Salerno (Vincenzo Cerino e Giuseppe Barbarulo). Segue corsi di Arte nella Bauhaus Universität di Weimar. Dopo la laurea in Architettura vive in Germania e in Olanda, per poi decidere di stabilirsi a Vienna. E' tra i selezionati della finale nel concorso di pittura Strabag Preis- a Vienna.
Mostre personali
2006 Baku - Detroit Cuts, Galerie Franzke, Vienna
2005 Agege Motor Road, Galerie Nexus, Vienna
Mostre collettive
2003 Soho in Ottakring, Vienna
2002 Te Huur, Vienna
2003 Soho in Ottakring, Vienna; Erste Wahl Galerie IG Bildende Kunst
2001 Soho in Ottakring, Vienna; 20jahre WUK, Vienna