CRISTINA FIORENZA
Sisterhood
6 marzo > 30 aprile 2009
Inaugurazione: venerdì 6 marzo 2009, ore 19:00 - 22:00
Catalogo ed. Overfoto. Testi di Antonello Tolve e Giulia Coccia
Sisterhood,è la seconda personale di Cristina Fiorenza presso la galleria napoletana, dopo Radio Tashkent International nel 2006.
Napoletana di nascita e viennese d’adozione, l’artista unisce a sfondi architettonici urbani e spazi rarefatti, figure umane che vi si relazionano in maniera diversa, restituendo, in questa giustapposizione, senso di smarrimento nello sguardo di chi osserva che trova però sbocco in una spinta curiosa verso l’indagine attenta di questi non- luoghi dei nostri giorni.
Stati di coscienza, ripetutamente indefiniti.
di Giulia Coccia
Molte sono le indicazioni che possono aiutarci a comprendere il lavoro di Cristina Fiorenza ma nessuna sara’ mai in fondo esaustiva. Nell’esplorazione di stili e media diversi dal collage al dipinto, dal dipinto al collage si compie un percorso personale che per gradi conduce a stati di coscienza ripetutamente indefi niti. Cio’ che rende vibrante la sua ricerca artistica e’ un’assoluta tensione tra realta’ immaginata ed immagine reale. Il collage risulta spesso lo strumento ideale ad esprime questo sottile intento: fi gure estrapolate dal loro contesto originario vengono pilotate e fatte atterrare in un terreno fertile di suggestioni oniriche. Cristina Fiorenza intesse l’intreccio delle sue storie, orchestra voci, situa figure che liberamente trovano il loro posto nello spazio e lascia alla percezione dello spettatore la facolta’ di far muovere i fi li invisibili di una scena apparentemente familiare che sempre sfugge all’immediata comprensione. Tra gli interstizi delle geometriche costruzioni, presenze solide che sullo sfondo o in primo piano animano il paesaggio, si annida l’insolito, l’inatteso, la pianta che cresce rivelando lua sua origine profonda: radici scoperte che la fanno librare nell’aria. Tutto sembra richiamare ad un archetipo che di fatto rimane sempre inconfessato o incompleto. Nel suo lavoro sembrano pertanto convivere anche due matrici culturali nettamente diverse: la prima, tedesca di adozione, si esprime in un linguaggio di linee squadrate ed architetture moderniste, con chiari riferimenti alla Staatliches Bauhaus, la celebre scuola di arte e architettura che operò in Germania dal 1919 al 1933. La seconda, campana di appartenenza, contiene un fantastico repertorio di immagini, fa risuonare canzoni intime e popolari, sussura favole oniriche di sapore quotidiano. L’innesto delle due rivela un equilibrio fondato su disequilibri: fughe prospettiche ribaltate e piani inclinati accolgono scene nitide e pulite. Nonostante la liberta’ di espressione e la fervida immaginazione, nulla sembra lasciato al caso, tutto sembra rispondere ad una regia che dall’alto osserva con sguardo disincantato e insieme lucido tutto cio’ che intorno avviene.
[Giulia Coccia
curatrice indipendente
per gallerie ed istituzioni a NY]
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Cristina Fiorenza, all'ombra dei frammenti in fiore
di Antonello Tolve
I tessuti instabili e fragili della vita, la monotonia delle circostanze e delle abitudini quotidiane, l’anonimato metropolitano, la fi ne dei grandi racconti, l’indifferenza dei linguaggi1, la disseminazione e il multiculturalismo, il ripetitivo e il revivalistico, il nomadismo e l’elasticità, l’inespressionismo. Attorno a questi centri rifl essivi Cristina Fiorenza tesse una maglia fi ttissima di ipotesi visive generando, di volta in volta, un discorso teso a leggere l’identità del presente mediante scenari linguistici che sottolineano le caratteristiche di un mondo segnato dalle ferite del consumismo e dell’inautentico, della similarità speculare e della frammentazione. Distorcendo la realtà attraverso decontestualizzazioni e riqualifi cazioni idiomatiche, Fiorenza produce immagini in cui il nonsense si fa manovra generale e, nel contempo, modalità istintuale in grado di demolire gli apparati logici e logocentrici per lasciar detonare, con chiarezza, forme artistiche che trovano la loro radice in un Bildhafte Denken azionato per accogliere, con la cintura di sicurezza, l’immagine dell’immagine della realtà, il simulacro e la specularità3. [E proprio con questo processo l’artista mira a vincere (a livellare) le diversità culturali e formative che separano individui, nazioni, continenti]. Fiorenza formula, in questo modo, un abecedario che scioglie le trecce della realtà mediantericette immaginifi che tese ad assorbire, in uno stesso ambiente, la miriade di punti di vista che si presentano, in modo naturale, nel panorama contemporaneo. Migliaia di persone che salgono sul tetto di un grattacielo per godersi, forse, lo spettacolo di un tramonto, erbe selvatiche che crescono tra i moduli metallici dei grattacieli. E poi, ancora, il cosmo ermetico della femminilità: due sorelle che si baciano sulle labbra per tracciare un patto di solidarietà, tre fi gure femminili che guardano strisciare un polipo sulla superfi cie liscia di un tavolo da cucina, una ragazza che fotografa (timidamente) la propria corpografi a, volti e sguardi di porcellana, donne che amano troppo, costanti attese, nostalgie, lunghi silenzi. Sono, questi, alcuni dei motivi zoomati e strappati con sveltezza alla quotidianità; una quotidianità ribaltata e presa per la coda con uno sguardo trasversale che mette lo sgambetto alla realtà per evidenziare, vigorosamente, quello che realtà non è. Nel suo lungo e vivace ventaglio iconografico, Cristina Fiorenza propone un tragitto che percorre, con disinvoltura, i luoghi della decorazione ma la chiamerei, piuttosto, transdecorazione e della grafi ca (visibili sono, a volte, i rimandi ad alcune accortezze delle avanguardie russe), per dare alla luce scenari multietnici e pluriculturali in cui è possibile trovare grazie all’utilizzo costante del collage una globalità (diffusa e confusa) dalla quale stillare le tracce segrete d’una nouvel identité fatta di forme e fi gure incastrate, queste, in composizioni decisamente asimmetriche, impalpabili, erotiche e morbide. Il collage è, dunque, per l’artista, la tecnica che rende lecito un intervento diversifi cato che va dal recupero del segno ardesiano alla dolcezza del pastello, dall’inchiostro di china alla pittura acrilica: il tutto corredato da lacerti fotostatici presi, a volte, dai rotocalchi o da immagini e laborate al computer (con i softwares più avanzati) e poi “plottate” per essere, naturalmente, rielaborate in postproduction. In questo caso, tuttavia, la tecnica non è soltanto strumento ma anche, e soprattutto, stratagemma linguistico di un processo investigativo che fruga tra gli spazi metropolitani e tra le sfaccettature di individualità non omogeneizzate per elaborare un collegamento automatico (una catena inconscia) tra eventi apparentemente distanti, tra immagini inevitabilmente spezzate e frantumate. Il collage è, allora, il mezzo privilegiato per sottolineare un Wiederaufnahmeverfahren in grado di astrarre dal quotidiano, di rendere possibile l’impossibile, di normalizzare l’incredulità; perché soltanto i sentieri dell’irrazionalità, suggerisce l’artista, «sono quelle possibili vie d’uscita che aprono il pensiero verso una ritrovata identità». L’opera d’arte è, per lei, una palestra in cui si fa ginnastica per ritornare, coscientemente, nei territori dell’incontaminato e dell’intatto, del desiderio e dell’intervallo visivo tramite un impianto narrativo in cui si insinuano, appunto, lacerti linguistici di matrice transdecorativa che deviano la lettura verso le strade maestre dell’inconscio, dell’onirico e dell’irrazionale. Con Sisterhood, Fiorenza propone, così, un mondo (che recupera, a tratti, la grammatica fi gurativa orientale) in cui i personaggi e gli oggetti sembrano fl uttuare in ambienti uterini in spazi asettici (asetticizzati) dentro i quali tutto può apparire innocente o, d’altro canto, eccitante, licenzioso, ambiguo. Ma, certamente, unito al fi lo sottile dell’associazione
[Antonello Tolve (Melfi 1977) è critico d’arte e curatore indipendente. Iscritto al dottorato in Metodi e metodologie della ricerca archeologica e storico-artistica presso l’Università degli Studi di Salerno, dove svolge un progetto di ricerca incentrato sulla figura di Gillo Dorfl es, è studioso delle esperienze artistiche e delle teorie critiche del secondo Novecento, con particolare attenzione al rapporto che intercorre tra arte, critica d’arte e nuove tecnologie. Docente di Storia dell’Arte Moderna e Contemporanea presso il Conservatorio G. Martucci di Salerno, collabora regolarmente per «Segno», «In-Arte», «Cronache del Mezzogiorno» e «Costo Zero» dove cura una rubrica di arte contemporanea. Ha pubblicato numerosi saggi e il volume Giardini d’utopia. Aspetti della teatralizzazione nell’arte del Novecento (Salerno 2008). Dirige, con Stefania Zuliani, per l’editore Plectica, una collana dedicata all’arte contemporanea. Tra le mostre e cataloghi curati si ricordano, del 2008, Eterocromie (Ex Dogana dei Grani, Atripalda), Intervalli d’Autore (Palazzo Genovese, Chiesa di San Salvatore de Fundaco, Complesso Monumentale di Santa Sofia , Salerno), Teatri segreti (Galleria L.F.F., Salerno), Bello e Idea (Complesso Monumentale di Santa Sofi a, Salerno), The family (Sidney), The Family II (Melbourne)]
BIOGRAFIA
Nata a Napoli, nel 1998 si laurea in Architettura all’Università Federico II, materia che approfondisce successivamente anche nelle Università di Weimar e Berlino. Contemporaneamente si dedica alla pittura sotto la guida di due artisti, Vincenzo Cerino e Giuseppe Barbarulo, rispettivamente a Napoli e a Salerno. Segue corsi di Arte alla Bauhaus Universität di Weimar. Dopo la laurea si sposta in Germania e in Olanda, prima di stabilirsi a Vienna, dove tuttora vive e lavora.
Mostre Personali
2009,Sisterhood, Galleria Overfoto, Napoli- 2009; Senza titolo, Galerie Barbara Preyer-Youngaustrianart, Vienna
2008, Lost, VGF, Berlino
2006, Baku-Detroit, Galerie Franzke, Vienna; Radio Tashkent, Galleria Overfoto, Napoli-
2005, Agege Motor Road, Galerie Habres+Partner, Vienna
Mostre Collettive (selezione)
2008: ArtecontemporaneamoderaRoma, Roma; Fiera Arte Contemporanea di Londra; Arte contro la violenza, Associazione Industriali e Ministero della Cultura,Vienna.
2007: Kunstart, Fiera di Arte Contemporanea di Bolzano; Fiera Arte Conteporanea di Colonia; Artisti emergenti, Associazione Industriali, Vienna
2003: Soho in Ottakring, Vienna
2002: Te huur, Vienna; Soho in Ottakring, Vienna; Erste Wahl, Galerie IG Bildende Kunst
2001: Soho in Ottakring, Vienna; 20 Jahre WUK, Vienna; Moltitudini, Atelier 96, Vienna